Export verso Dubai in crescita del 19,7%, balzo a 2,3 miliardi

Export verso Dubai in crescita del 19,7%, balzo a 2,3 miliardi

Posted on 30 August 2022

Gli Emirati diventano porta di accesso per altri Paesi alternativi al mercato russo

«Faccio questo lavoro da molti anni, eppure non mai ricevuto così tanti solleciti e richieste di informazioni da parte di imprenditori che vogliono esportare negli Emirati Arabi Uniti come negli ultimi mesi».Giovanni Bozzetti – presidente di
EFG Consulting, società di consulenza per l’internazionalizzazione negli Emirati e referente unico della Camera di commercio e industria diDubai in Italia – non è sorpreso dagli ultimi dati sulle esportazioni di made in Italy verso questo mercato.Dopo un 2021 che già aveva segnato un forte recupero sul 2019 perle nostre esportazioni, con 4,8 miliardi di euro complessivi (+24,7%rispetto al 2020 e +4,7% rispetto al2019), i primi cinque mesi del 2022 hanno ulteriormente rafforzato questa tendenza: tra gennaio e maggio le imprese italiane hanno venduto negli Emirati beni per un controvalore di 2,3 miliardi di euro, il 119,7% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
«E un mercato che dimostra un crescente interesse per i prodotti made in Italy e per questo è scelto sempre più spesso da tante aziende italiane che prima non lo prendevano in considerazione, se non in maniera episodica, perché erano già
soddisfatte con i mercati che avevano. Ma ora lo scenario è cambiato -aggiunge Bozzetti -. È il momento giusto per investire negli Emirati e non solo come mercato in sé, già molto interessante, ma anche come porta per altri Paesi»

Alternativa al mercato russo
Le ragioni di questa impennata dell’export italiano sono numerose, a cominciare dalla necessità per molte imprese, soprattutto quelle legate al lusso, di trovare nuovi sbocchi per compensare le perdite subite in Russia, Ucraina e Bielorussia in seguito alla guerra scatenata dal governo di Mosca. Ma l’interesse per gli Emirati viene da lontano, spiega Alessandro Terzulli, chief economist di Sace: «Già da molto prima della pandemia e della guerra erano diventati un mercato di grande attenzione, grazie allo sviluppo guidato soprattutto da Dubai, per quanto riguarda la finanza e il turismo, e Abu Dhabi, sul fronte delle risorse più tradizionali legate all’Oil and Gas, sebbene in un’ottica di investimenti verso la transizione energetica». Tanto che già l’anno scorso gli Emirati Arabi Uniti erano stati indicati da Sace come una delle aree più interessanti su cui investire, in virtù sia del recupero, nel 2021, rispetto al 2019, sia delle prospettive di crescita per il 2022 e 2023. E i numeri stanno confermando quelle previsioni. Il rinnovato interesse delle aziende italiane per gli Emirati, che ha determinato l’impennata di export, è dovuto in parte alla buona gestione del Covid da parte delle autorità locali che, assieme all’efficace campagna di vaccinazione, hanno fatto di questo paese un “porto franco” per imprenditori e investitori da tutto il mondo, oltre che di persone con alta capacità di spesa che si sono trasferite temporaneamente qui, aggiunge Bozzetti.

Effetto Expo
Una spinta decisiva è poi arrivata dall’Expo di Dubai, che si è tenuto tra il i° ottobre del 2021 e lo scorso 31 marzo, attirando nella città araba oltre 24 milioni di visitatori da tutto il mondo, molti dei quali hanno apprezzato il Padiglione Italia, uno dei
più visitati dell’intera Esposizione, con i,6 milioni di presenze e 13 milioni di utenti coinvolti attraverso il sito e i social network. Ci sono però anche motivazioni più strutturali, che rendono gli Emirati particolarmente attrattivi proprio in questo momento: «Il governo Emiratino ha avviato una politica aggressiva per attrarre investitori e aziende a portare attività manifatturiere in loco, in linea con il programma di diversificazione economica che punta a un processo di industrializzazione», spiega Bozzetti. II ministero dell’Economia e quello dell’Industria hanno messo in atto una serie di incentivi fiscali, creando le condizioni ideali per chi fa impresa.
Gioielleria, moda e meccanica
I settori interessati sono soprattutto quelli della meccanica, che è già la terza voce del nostro export verso gli Emirati, ma anche l’industria legata al medicale, alle scienze della vita, all’agritech, all’aerospazio. Il made in Italy più innovativo affianca dunque quello più “tradizionale” e da tempo apprezzato in questo mercato, dalla moda al design, dall’automotive al food.
È interessante, fa notare Terzulli, che a differenza di altri mercati in cui l’Italia esporta, negli Emirati la prima voce di vendite è «altri consumi», definizione che comprende soprattutto metalli preziosi e gioielleria, cresciuti del 77%nel 2021 e di un ulteriore 26,6% nei primi cinque mesi del 2022. «Siamo produttori di gioielleria fine, apprezzata non tanto da acquirenti locali, quanto dai tanti expat che lavorano a Dubai, soprattutto nel settore finanziario», osserva Terzulli. Proprio questa è un’altra delle caratteristiche interessanti di questo mercato: la presenza di molti stranieri con alta capacità di spesa. «Non parlerei perciò di triangolazioni verso la Russia attraverso Dubai, come qualcuno sospetta stia accadendo – spiega l’economista di Sace -. Il Paese è di per sé un hub internazionale, in cui persone da tutto il mondo arrivano per lavoro o per turismo e fanno acquisti di beni di lusso. Inoltre, dopo lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina alcuni “big spender” russi si sono trasferiti qui in cerca di un luogo neutrale rispetto alle sanzioni verso Mosca, un po’ come sta accadendo anche in Turchia». Gli Emirati Arabi Uniti sono del resto una porta per entrare facilmente anche in altri Paesi del Medio Oriente, dell’Africa e del Sud Est Asiatico, spiega Giovanni Bozzetti. «Gli Emirati hanno in vigore 48 accordi bilaterali con Paesi di queste aree verso cui esportare prodotti a dazi zero o quasi – spiega -. Quindi le aziende italiane possono esportare verso questo mercato con tassa flat al 5%(con l’eccezione dei prodotti a base suino e dell’alcool, ndr) e poi da qui vendere i propri beni a questi 48 Paesi, che peraltro sono in continuo aumento».

SOURCE: Il Sole24ore

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